Anoressica per 40 anni: così Carla è rinata

Anoressica per 40 anni: la storia di Carla Fanteguzzi una vita trascorsa a combattere con il disturbo alimentare. Ha rinunciato a tutto, ha tentato di togliersi la vita e subito decine di ricoveri, anche in psichiatria. Da 5 anni ha ritrovato il suo equilibrio, la voglia di vivere e di sentirsi utile. Ci racconta come ha fatto.
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15/05/2023

Anoressica per 40 anni, la storia di Carla. «Sono sopravvissuta per 40 anni con l’anoressia, ho rinunciato ad avere una vita piena, un lavoro, relazioni sociali. Oggi ho 58 anni e finalmente inizio a respirare. Mi restano i rimpianti per tutto quello che ho lasciato, ma anche la gioia per aver riscoperto tante cose importanti: temevo di averle perse per sempre».

Carla Fanteguzzi ha deciso di raccontare la sua storia soprattutto per un motivo: dimostrare a chi soffre di anoressia che non bisogna perdere la speranza, che una via d’uscita esiste, ma bisogna cercarla: non è semplice, ma possibile. «Ho capito solo da qualche anno che la vita è degna di essere vissuta, sempre». E non è una banalità se a pronunciare queste parole è una donna che aveva quasi rinunciato alla vita, proprio a causa dell’anoressia.

Indice: i temi dell’intervista

Come sono diventata anoressica

«Tutto è cominciato nel modo più consueto: una dieta a 15 anni perché ero un po’ sovrappeso. Non ne sono più uscita. Ho terminato il liceo classico. poi dopo qualche anno di università ho mollato tutto. Ma proprio tutto. La dieta è stata l’inizio, ma dietro, è chiaro, che c’era molto altro, a partire da dinamiche familiari disfunzionali».

Da quel momento la vita di Carla si è raggomitolata: è stata imprigionata da un nemico invisibile, impegnata in un confronto costante con il cibo da non ingerire.

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«Mi guardavo allo specchio e non importava quanto fossi magra, ero spinta ad andare sempre oltre, come fosse una competizione. Pian piano mi sono allontanata da tutti gli amici. Loro andavano in pizzeria, nelle birrerie, nelle paninoteche. Tutti luoghi per me inaccessibili, che mi suscitavano una immediata tensione. Mi invitavano a uscire. Ho sempre detto di no. Alla fine sono rimasta sola. Chiusa in casa con i miei genitori, che oggi non ci sono più».

L’anoressia nervosa è uno dei disturbi
della nutrizione e dell’alimentazione.
Si caratterizza per l’eccessiva preoccupazione
verso il proprio peso corporeo, dalla distorsione dell’immagine di sé e dalla restrizione dell’assunzione di cibo. Comporta problemi di notevole portata

L’anoressia non era conosciuta, mi curavano in psichiatria

Le cose con il tempo sono gradualmente peggiorare.

«È iniziata la stagione dei ricoveri: almeno quattro volte l’anno, per quindici, venti giorni. A volte anche per qualche mese. All’epoca non funzionava come adesso, l’anoressia non era così conosciuta, non c’erano centri come il Dca Molinette, che frequento ancora, ma solo in day hospital. Chi soffriva di quel disturbo veniva ricoverato in psichiatria».

Carla preferisce non soffermarsi su quei ricordi. «Spesso venivo legata e non esisteva un trattamento specifico». Negli anni ha incontrato in quei centri tante altre donne con lo stesso problema. «Prima erano solo poco più giovani di me, poi la differenza è aumentata sempre di più. Non trovo molte differenza tra le 18enni di oggi e la mia esperienza. La dinamica di fondo è la stessa. La rinuncia al cibo è quasi una rivendicazione, una richiesta di attenzione costante».

Nel video di seguito, pubblicato sul Canale YouTube di Invalidità e Diritti, abbiamo ascoltato Michela Morutto, moglie di Paolo Piccoli, che ha scoperto di essere affetto da Alzheimer dall’età di 43 anni.

Oggi come allora: lo stesso errore nel rapporto col cibo

Nell’autodistruzione una sorta di affermazione di sé.

«Ma oggi come allora con queste ragazze si commette spesso lo stesso errore. Si dà troppa attenzione al pisello in più o in meno che hai lasciato nel piatto. In questo modo si alimenta quella tensione rispetto al cibo che è una delle caratteristiche tipiche dell’anoressia restrittiva. Credo si debba intervenire in modo deciso quando la vita è in pericolo. E lì capisco il ricorso a sacche e sondini. Nei casi estremi non si può fare altrimenti: lo hanno fatto con me e dico ancora grazie. Ma se non si è a quel punto, quell’attenzione spasmodica per il cibo è controproducente».

«Perché poi, una volta usciti dal centro con quei tre, quattro chili in più, torni a casa e ti ritrovi di nuovo di fronte allo specchio. Basta un mese e sei al punto di partenza».

Per Carla non è semplice tornare alle Molinette per le sue abituali visite di controllo. «Mi sento sempre dilaniata quando vado lì. Una parte di me è soddisfatta, l’idea di non aver subito un ricovero da cinque anni mi rassicura, quasi mi inorgoglisce. Ma una parte più sommersa di me vorrebbe stare ancora al centro dell’attenzione e c’è quella sirena che continua a dirmi: non mangiare, non mangiare».

Non riesco a entrare in pizzeria

«Ho vissuto momenti molto difficili, per due volte ho tentato di togliermi la vita, sono stata ricoverata con un Tso. Poi 5 anni fa ho iniziato un percorso psicoterapeutico ed è stata la svolta. Da allora non sono stata più ricoverata. Sono magra, ma non troppo magra. Sento sempre quella vocina dentro, una sirena che mi dice di non mangiare. Ma riesco a tenerla sotto controllo».

«Ho persa troppa vita per ricadere nella stessa trappola. Non sono neppure riuscita ad andare ai ricevimenti di nozze dei miei fratelli, mi angosciava la sola idea di sedermi al ristorante. Anche ora per me è impossibile entrare in una pizzeria. Ho ritrovato in questi anni una mia carissima amica d’infanzia, non ci vediamo spesso, ma ci sentiamo e sono molto legata a lei. Mi ha invitato alla cresima di suo figlio, ho promesso di andarci, ma l’idea mi suscita tensione. Spero di farcela».

«Quando pranzo mangio un po’ di insalata, qualche alimento proteico e un po’ di pane o grissini per i carboidrati. Il cibo sufficiente per il mio sostentamento. Va bene così, e nonostante tutto c’è sempre quella vocina».

Di seguito puoi ascoltare le voci dei protagonisti del Disability Pride 2023 che si è svolto a Torino e rivivere alcuni dei momenti più significativi.

Per combattere l’anoressia tutti avrebbero diritto alla psicoterapia

Per Carla la via d’uscita dalla trappola dell’anoressia è stata dunque la psicoterapia.

«Sì, decisamente. Inizi a leggere nella tua storia, in quella dei tuoi genitori. Ma non lo fai in modo critico, cerchi di comprendere, di lasciar andare le cose irrisolte. Se valuti determinati sbagli, lo fai con gli occhi del perdono. Da lì inizia un percorso che ti aiuta a superare dei blocchi, che ti fa sentire di nuovo il bisogno di essere utile, per te e per gli altri».

Ma non tutti hanno la possibilità di intraprendere lo stesso percorso di Carla.

«Ho avuto la fortuna di potermi permettere uno psicoterapeuta privato, ma mi rendo conto che tante altre persone che sono nelle mie condizioni non possono farlo. Le sedute hanno un costo e il Servizio Sanitario Nazionale non è in grado di garantire un vero aiuto. Ti mandano nei centri di salute mentale e ti propongono 15 sedute con uno psicologo. Ma non sono utili, un percorso piscoterapeutico dura anni, non 15 sedute. Mi metto nei panni di chi non ha avuto le mie possibilità e non è giusto. Cure adeguate dovrebbero essere garantite a tutti».

Anoressica per 40 anni: così Carla ce l’ha fatta
Nella foto una ragazza anoressica

La nuova vita in libreria

Carla ha iniziato un tirocinio («a 58 anni la mia prima esperienza di lavoro»), è in una libreria del centro. «Non faccio la libraia, diciamo che mi occupo di mettere a posto i libri. Ma è una cosa che adoro, mi piace, mi fa stare bene. Ho compreso anche grazie a questo lavoro quanto mi sono persa nella mia vita. Tra qualche mese il tirocinio finisce e vorrei continuare ad avere una occupazione, a sentirmi utile. Questa esperienza mi ha aiutato molto».

Rinascere a 50 anni dopo una vita trascorsa a combattere con l’anoressia: il messaggio di Carla è una carezza sul viso per le tante ragazze (e qualche ragazzo) che oggi si trovano a fronteggiare lo stesso disturbo. C’è una vita fuori che aspetta di essere vissuta, ma bisogna trovare la forza di non arrendersi e il coraggio di guardarsi dentro.

Ora ci sono gli strumenti e le terapie, quando Carla era ragazza il rimedio era legarla a un letto.

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L’intervista a Carla Fanteguzzi fa parte della sezione “Storie“. All’interno della stessa raccolta, trovi anche:

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