/ Sono bipolare, mi hanno tolto mia figlia: dramma di Angela
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Sono bipolare, mi hanno tolto mia figlia: dramma di Angela

Ho il disturbo bipolare e mi hanno tolto la bambina: la drammatica storia di Angela mette in evidenza la discriminazione e il pregiudizio che è ancora forte nei confronti di chi soffre di patologie psichiatriche.
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20/04/2023

Ho il disturbo bipolare e mi hanno tolto la bambina: la drammatica storia di Angela R., che oggi ha 53 anni.

Una vita segnata dal dolore e non solo per la patologia psichiatrica che l’ha colpita a 19 anni. Angela ha dovuto rinunciare a tutto: alla sua bambina, ai suoi affetti, a un lavoro («sono laureata in giurisprudenza, avrei voluto diventare avvocato»).

Ha subito sulla sua pelle la discriminazione più feroce. Lo stigma della patologia psichiatrica. Eppure oggi, con la terapia giusta, Angela ha raggiunto il suo equilibrio e «da 16 anni non ho più una crisi». Ma se si guarda indietro non può sottrarsi all’angoscia. Ci racconta qualche pezzo della sua esistenza e non sempre riesce a trattenere le lacrime.

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Il disturbo bipolare è una condizione di salute mentale che colpisce l’umore. È caratterizzato da estremi cambiamenti d’umore, da episodi grande eccitazione alla depressione, che influenzano la capacità
di concentrarsi e di svolgere le attività quotidiane.

I sintomi del disturbo bipolare, la gravidanza e la nascita di Elena

Il disturbo bipolare è un disturbo dell’umore, caratterizzato da episodi di eccitamento che si alternano con altri depressivi. È una patologia comune. Si stima che colpisca l’1-2 per cento della popolazione. Ovvero in Italia sarebbero oltre un milione le persone che convivono con questa malattia.

«Ho iniziato a soffrire di disturbo bipolare a 18, 19 anni – racconta Angela -. A innescare la patologia è stato un evento traumatico». La situazione è però precipitata solo dopo, quando Angela si è sposata ed è rimasta incinta.

«Durante la gravidanza ho sofferto molto la solitudine. Mio marito era spesso fuori per lavoro, con la sua famiglia i rapporti erano tesi. Ho iniziato ad avvertire dolori molto forti, soprattutto alle gambe. Non riuscivo a camminare. È stato un momento molto difficile, all’epoca non potevo sapere che era solo l’inizio di un dramma che non ha più avuto fine».

«Un mese dopo che è nata Elena, il mio disagio è cresciuto. Così come la solitudine. Mi sentivo circondata da persone ostili. E non era una mia fantasia, quell’ostilità si è rivelata nei fatti anche anni dopo. Soffrivo tanto, ho chiesto aiuto a delle persone: volevo solo un po’ di conforto. Ma non mi è arrivato nessun sostegno, anzi: si è presentata a casa l’assistente sociale. Quello è stato l’inizio, da quel giorno la mia vita ha preso una direzione sbagliata. La mia, ma anche quella della mia bambina».

Di seguito la storia di Samuele, 18enne che ha ideato un’App per facilitare la comunicazione di persone con disabilità psichiche e motorie attraverso dei messaggi con simboli. Trovi questa e altre storie sul canale YouTube di Invalidità e Diritti.

“Problematiche psichiatriche”: così le hanno portato via la bambina

«Me l’hanno portata via: su un foglietto hanno scritto che avevo delle “problematiche psichiatriche”. Elena aveva un mese, l’hanno strappata dalle mie braccia e affidata alla nonna paterna. Posso solo immaginare il trauma che ha vissuto la piccola. So invece bene quello che ho vissuto io, la lacerazione di quel distacco subito».

Angela, è bene precisarlo, non ha mai mai fatto del male alla sua bambina e di certo non si può dire che non se ne prendesse cura. La bimba le è stata tolta a causa delle «problematiche psichiatriche», per quella patologia, il disturbo bipolare, che diagnosticato a 19 anni, non le aveva impedito di laurearsi e poi di sposarsi, di avere quindi una vita del tutto normale.

«Hanno anche detto che a confermare il mio scarso equilibrio psichico c’era il fatto che mi recassi a messa».

Di seguito la storia di Michela, che ci ha raccontato di come la vita della sua famiglia è cambiata quando il marito Paolo, ha ricevuto una diagnosi di Alzheimer precoce a 43 anni.

La bambina isolata all’asilo e a scuola

«Dopo qualche mese Elena è tornata a casa. Non è stato facile per lei. Dove abito (un piccolo paese nelle Marche) un disagio psichico è un marchio indelebile che devi condividere con chi ti sta accanto. All’asilo, alle scuole elementari, Elena veniva isolata dai compagni. O meglio: i genitori degli altri alunni impedivano ai figli di frequentarla, non la invitavano alle feste. Era sola anche a scuola».

«Ho cercato di aiutarla, di starle accanto il più possibile. Ho chiesto alla pediatra se fosse necessario un supporto psicologico per la bambina, mi è stato detto che non era utile». Le hanno riferito la stessa cosa anche i servizi sociali.

Angela avrebbe fatto bene a seguire il suo istinto. A 12 anni Elena ha avuto una crisi, «è andata in tilt completamente».

Elena, disturbo dell’umore colpa di quell’infanzia difficile

La bambina viene affidata a una parente. Un nuovo distacco dalla madre.

A Elena viene diagnosticato un disturbo dell’umore, come per sua madre.

No, non si tratta di ereditarietà: non c’è una base unicamente genetica per questa patologia. Si può parlare al massimo di familiarità, predisposizione. Il disturbo bipolare, così come altre patologie simili, nasce dall’interazione di più fattori che si influenzano in modo reciproco: traumi, vulnerabilità, fattori biologici, psicologici e sociali.

Per una bambina che è stata strappata alla madre quando aveva un mese di vita, che ha vissuto dai nonni, poi di nuovo dalla madre e poi ancora con un altro familiare, l’infanzia deve essere stata molto complicata. Se a tutto questo si aggiunge l’isolamento a cui è stata costretta dai genitori dei suoi compagni di scuola, non è difficile comprendere il motivo del suo disagio psichico.

Non ho crisi da 16 anni

«È da 16 anni che non ho una crisi – continua Angela -. Ho trovato la terapia giusta, un paio di pillole al giorno, e non ho problemi. Ma quello che hanno fatto, a me e alla mia piccola, non si potrà cancellare».

Oggi Elena è un’adolescente, vive un po’ con la madre e un po’ con altri familiari. Ma l’ignoranza, il pregiudizio, il comportamento superficiale di chi dovrebbe rappresentare le istituzioni (i servizi sociali) hanno segnato di cicatrici la sua giovane esistenza.

Come quella di sua madre. «Avrei dovuto lavorare – racconta Angela -. Forse una donna che lavora viene giudicata con meno severità: se lavora, si pensa, non potrà avere dei problemi psichiatrici. O chi la valuta usa un metro diverso, c’è più comprensione. Invece da quando è nata la piccola ho dovuto combattere per riaverla con me: ho pensato solo a quello, non a trovarmi un’occupazione. Per anni. Ma di una casalinga non c’è molta considerazione, anzi».

«Non c’è nessuna legge che vieta a chi ha un disturbo bipolare di essere madre. Non c’è neppure una disposizione medica, il parere di uno psichiatra, che neghi a una donna con questa patologia la possibilità di avere un figlio e crescerlo. Non capisco per quale motivo si siano accaniti contro di noi. Eppure, lo ripeto, da 16 anni non ho una crisi, è bastato trovare la terapia giusta».

Ho il disturbo bipolare e mi hanno tolto la bambina: la drammatica storia di Angela mette in evidenza la discriminazione e il pregiudizio che è ancora forte nei confronti di chi soffre di patologie psichiatriche.
Nella foto un’immagine emblematica del disturbo bipolare

Per chi ha una malattia psichica il silenzio è una condanna

«La gravidanza, il parto, i primi mesi con una neonata possono essere duri per qualsiasi donna, non solo per chi ha un disturbo bipolare. Se poi quel periodo lo devi affrontare in costante solitudine e avvertendo intorno a te un muro di ostilità, tutto si complica. Hanno deciso che era più semplice strapparmi la bambina piuttosto che darmi un aiuto. Il risultato? Due due vite segnate da una scelta sbagliata».

«Chi è affetto da una patologia psichiatrica è inevitabilmente vittima di un pregiudizio e di una discriminazione. Lo sanno bene le persone che vivono una situazione simile alla mia. Se ho deciso di raccontare la mia storia è perché dovremmo tutti avere il coraggio di rompere quel muro di silenzio che è una condanna nella condanna».

Se hai trovato questa storia interessante o ne hai altre da proporre, scrivici a [email protected]. Mettiamo in rete coraggio, speranza e cambiamento.

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