L’Ape sociale conviene per la pensione anticipata?

L’Ape sociale conviene per la pensione anticipata o la misura penalizza troppo il lavoratore? In questo post analizziamo i pro e i contro di questa misura che fonde al suo interno una prestazione assistenziale e una previdenziale.
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10/11/2022

L’Ape sociale conviene per la pensione anticipata o è una misura che penalizza il lavoratore?  Valutiamo quali sono i pro e i contro di questo trattamento che è in pratica un accompagnamento alla pensione di vecchiaia. (entra nella community di Invalidità e Diritti e scopri le ultime notizie sull’invalidità civile. Unisciti al gruppo Telegram, alla chat tematica e a WhatsApp per ricevere tutte le news direttamente sul cellulare. Entra nel gruppo Facebook per parlare con migliaia di persone che hanno i tuoi stessi interessi).

Indice

L’Ape sociale (qui trovi la guida completa) come sapete contiene in sé una misura assistenziale e un trattamento pensionistico. Una perfetta via di mezzo. Sarà prorogata nel 2023, o almeno così annuncia da settimane il governo Meloni e in precedenza l’intenzione di rinnovare l’Ape sociale era stata avanzata anche dall’esecutivo guidato da Mario Draghi.

Su questo argomento potrebbe interessare un post che ricorda la scadenza del 30 novembre per presentare domande per l’Ape sociale; c’è anche un focus che risponde a un dubbio frequente: quanto dura l’Ape sociale?; Infine puoi leggere un articolo che valuta la compatibilità tra assegno ordinario e Ape sociale.

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L’Ape sociale misura assistenziale e previdenziale

Abbiamo accennato nel paragrafo precedente alla doppia natura di questo trattamento, previdenziale e assistenziale insieme. Spieghiamo perché:

  • è previdenziale: perché presuppone un minimo contributivo (30 o 36 anni) e un limite anagrafico (almeno 63 anni di età);
  • è assistenziale: perché la misura è destinata a determinate categorie di lavoratori, vediamo quali:
    • le persone che hanno una invalidità certificata non inferiore al 74%;
    • ai caregiver che assistono una persona con disabilità grave da almeno sei mesi prima della presentazione della domanda;
    • ai disoccupati che hanno concluso da almeno tre mesi la Naspi;
    • a chi svolge delle attività gravose.

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L’Ape sociale conviene ai lavoratori?

Che l’Ape sociale convenga o meno è una domanda che deve fare prima i conti con un assunto: prima si smette di lavorare e più si perde sull’importo del trattamento pensionistico. Su questo ovviamente non ci sono dubbi.

E per due motivi:

  • il primo: i contributi previdenziali vengono calcolati sulla base di un coefficiente, diventa più vantaggioso con l’aumentare dell’età nella quale si lascia il lavoro;
  • il secondo: chi esce prima non ha la possibilità di versare ulteriori contributi, per cui accedere all’Ape sociale e uscire a 63 anni, sarà meno vantaggioso di chi, con la stessa misura, smetterà di lavorare a 64 o 65 anni.

A proposito di contributi, per l’Ape sociale ne servono 30 se si è invalidi, disoccupati o caregiver. Sono invece necessari 36 anni per chi svolge attività gravose (con l’esclusione di edili e ceramisti, per i quali sono sufficienti 32 anni).

L’Ape sociale e la tredicesima

Un altro svantaggio di questa misura che accompagna alla pensione di vecchiaia è la tredicesima, che non viene versata.

L’Ape sociale prevede infatti solo 12 mensilità l’anno. Nel computo dei pro e dei contro sarebbe quindi opportuno tenerne conto.

L’Ape sociale e maggiorazioni sociali

I lavoratori che accedono a questo trattamento non hanno diritto a maggiorazioni sociali o agli assegni per nucleo familiare.

Non è prevista neppure le reversibilità. Come sapete la pensione di vecchiaia scatta a 67 anni, quando la persona interessata dovrà presentare domanda all’Inps.

Qual è l’importo dell’Ape sociale?

L’importo massimo è sottoposto a un limite: non si può ricevere una cifra superiore a 1.500 euro. La somma viene calcolata sulla base dei contributi che sono stati versati fino a quel momento dal lavoratore.

Se un assistito ha una pensione più alta, diciamo 1.800 euro, avrà diritto a ricevere l’importo pieno una volta raggiunti i 67 anni e quindi la pensione di vecchiaia.

Con cosa è incompatibile l’Ape sociale?

Questa misura non è compatibile con:

  • altri trattamenti di sostegno al reddito;
  • con l’indennizzo per la cessazione di attività commerciale;
  • con l’attività lavorativa (se si supera il limite degli 8.000 euro l’anno per i dipendenti e i subordinati, o di 4.800 per l’attività autonoma).

Come valutare l’Ape sociale?

Come avrete capito la misura ha dei pro e dei contro, come tutte quelle che anticipano la pensione. Non è così penalizzante come Opzione donna, ma neppure così vantaggiosa come Quota 100 e Quota 102.

Ma per una valutazione oggettiva di questo trattamento che accompagna alla pensione di vecchiaia, una misura che contiene in sé un aspetto previdenziale e uno assistenziale, bisogna anche ricordare a chi è rivolta, ovvero a persone che spesso non hanno più la possibilità di continuare l’attività lavorativa perché sono invalide, assistono dei familiari con disabilità grave, sono disoccupati o svolgono dei lavori troppo gravosi rispetto all’età anagrafica.

L’Ape sociale va dunque vista come una misura che traghetta alla pensione di vecchiaia chi ha delle oggettive difficoltà.

In questo contesto il trattamento ha dunque aspetti positivi, offre un’ancora di salvataggio a chi non può rispettare i requisiti imposti dalla legge Fornero. E non prevede una penalizzazione troppo onerosa.

Può dunque essere vista come una misura che per determinate categorie di lavoratori non solo può essere conveniente, ma addirittura necessaria. E questo è un altro motivo che spinge da anni i vari governi a confermarla.

L’Ape sociale conviene per la pensione anticipata?

L’Ape sociale conviene ai caregiver?

Per i caregiver che si occupano di un familiare con disabilità grave con Legge 104 (articolo 3, comma 3), l’Ape sociale può rappresentare un’importante uscita anticipata dal lavoro. Se infatti il lavoratore accede al congedo biennale straordinario prima di richiedere il trattamento, può uscire dal lavoro a 61 anni (2 anni di congedo fino ai 63). Che significa sei anni prima della data che avrebbe dovuto rispettare con la Legge Fornero. E qualche anno dopo rispetto a Opzione donna, senza subire però la stessa penalizzazione.

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