Lavoratore disabile, periodo di comporto e licenziamento

Lavoratore disabile, come calcolare il comporto per evitare un licenziamento per giusta causa. Le più recenti sentenze dei giudici hanno dato ragione ai datori di lavoro che hanno licenziato dipendenti disabili per aver superato il numero massimo di assenze anche conteggiando quelle legate in modo diretto alla patologia invalidante.
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16/10/2022

Lavoratore disabile, come si calcola il periodo di comporto, ovvero il numero massimo di giorni di assenza dal lavoro. (entra nella community di Invalidità e Diritti e scopri le ultime notizie sull’invalidità civile. Unisciti al gruppo Telegram, alla chat tematica e a WhatsApp per ricevere tutte le news direttamente sul cellulare. Entra nel gruppo Facebook per parlare con migliaia di persone che hanno i tuoi stessi interessi).

INDICE

Parliamo del numero massimo di assenze in un anno per malattia oltre il quale si rischia di perdere il posto di lavoro. Questi giorni di “comporto” sono in genere stabiliti nei rispettivi contratti nazionali di categoria.

Su questo argomento puoi anche leggere un post che spiega se è necessario dire al datore di lavoro di essere invalidi; se e quando esiste l’esonero lavoro per notturno per invalidi; c’è infine un post che racconta se l’indennità di accompagnamento è compatibile con il lavoro?

Comporto uguale per tutti?

Ci chiediamo se per le persone con invalidità questo periodo sia più lungo rispetto a quello previsto per gli altri lavoratori. Una questione che ha spesso suscitato delle interminabili discussioni e numerosi contenziosi giudiziari. Le ultime sentenze, compresa quella emessa dai giudici del tribunale di Lodi, hanno sancito che il numero di assenze per non superare il comporto debba essere uguale per tutti. Perché questa non è una discriminazione.

Sentenze che hanno modificato quello che era stato invece definito in precedenti decisioni della magistratura.

Insomma, la definizione di un criterio stabile sulla questione sembra costantemente in bilico. Anche per questo vediamo bene come funziona. Così da evitare di restare intrappolati in eventuali contenziosi dall’esito sempre incerto.

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Calcolo del comporto su un anno

E dunque, il periodo di comporto è il numero massimo di giorni di assenza per malattia in un anno. Se viene superato si rischia il licenziamento. Vediamo cosa si intende per un anno:

  • un anno di calendario: dal primo gennaio al primo dicembre;
  • un anno solare: 365 giorni che partono da qualsiasi data.

Il licenziamento per il superamento del periodo di comporto rientra tra quelli per “giusta causa”.

Il periodo di comporto può essere calcolato in due modi:

  • a secco: quando i giorni di assenza sono consecutivi;
  • per sommatoria: se i giorni di assenza sono suddivisi in diversi momenti dell’anno.

Comporto per impiegati

La durata del comporto per gli operai varia da contratto a contratto. Per gli impiegati è stato invece uniformato:

  • tre mesi l’anno quando l’anzianità di servizio è inferiore a 10 mesi;
  • sei mesi l’anno quando l’anzianità di servizio è superiore a 10 mesi.

La disposizione resta identica a prescindere dal numero di dipendenti che lavorano nell’azienda. Non c’è quindi alcuna differenziazione tra aziende piccole, medie o grandi.

Comporto, licenziamento obbligatorio?

Ma è obbligatorio il licenziamento del dipendente che supera il periodo di comporto? In realtà no, dipende dal datore di lavoro. Potrebbe ignorarlo, in particolare se è stato superato di pochi giorni o se il dipendente abbia delle difficoltà evidenti a riprendere l’occupazione.

Comunque sia, la sua eventuale decisione di licenziare il lavoratore sarebbe legittima.

Comporto ed eccezioni

Il periodo di comporto non può mai essere superato? A volte sì, senza rischiare il licenziamento, Ma si tratta di casi particolari. Come quando un lavoratore è assente per un infortunio o una malattia professionale. Eventi che possono essere quindi attribuiti al datore di lavoro, soprattutto se non sono state rispettate determinate misure di sicurezza.

Su questo punto la Cassazione si è pronunciata in modo definitivo.

Del resto se un dipendente ha subito conseguenze per la salute direttamente collegabili al lavoro che stava svolgendo è davvero improbabile poter aggiungere oltre al danno anche la beffa del licenziamento.

I giudici dell’Alta Corte hanno però stabilito che in questo caso per poter detrarre giorni di malattia dal periodo di comporto non è sufficiente l’origine professionale della patologia o della mutilazione, ma deve essere accertata anche la responsabilità del datore di lavoro.

Comporto, pareri contrastanti

Ma ci sono delle valutazioni diverse per i lavoratori che hanno una invalidità civile? Come accennato all’inizio di questo post i pareri sono contrastanti. Anche se alla fine sembrano concordare su un’unica definizione.

La questione è delicata. Molti pareri, compreso quella dell’Unione Europea (che sul punto però lascia mano libera ai singoli stati), concordano su un fatto: la persona con disabilità è più esposta al superamento dei giorni di comporto. Ed è quindi esposta in modo maggiore al rischio di licenziamento.

Per avere quindi una parità di trattamento tra tutti i lavoratori il numero di giorni di assenza per un lavoratore con invalidità dovrebbe essere superiore rispetto agli altri colleghi. In teoria.

Comporto e licenziamento invalidi

La questione parità di trattamento è invece molto dibattuta nelle aule di giustizia e i pareri sono discordanti. Una recente sentenza del tribunale di Lodi ritiene che il superamento dei giorni di comporto possa essere causa di licenziamento per lavoratori normodotati e per lavoratori con disabilità.

La sentenza si richiama a una norma del Codice civile, stabilisce che il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro se non supera il periodo di comporto e non si fa alcuna distinzione tra dipendenti disabili e altre categorie.

I magistrati lodigiani vanno oltre, ritenendo che malattia e disabilità sono concetti diversi: nel primo caso è impossibile svolgere una attività lavorativa, lo stato invalidante invece riduce le capacità di lavoro, ma non lo esclude.

Sulla stessa linea ci sono anche altre recenti sentenze, come quella emessa dai giudici del tribunale di Vicenza il 24 aprile del 2022. Per il superamento del periodo di comporto è stata licenziata una operatrice sanitaria affetta da endometriosi con una percentuale di invalidità del 35%. Nei giorni di malattia sono stati inseriti anche i giorni di assenza per malattia legati alla sua patologia invalidante. La lavoratrice ha ritenuto di aver subito una discriminazione indiretta perché la sua condizione meriterebbe un trattamento differenziato.

I giudici hanno dato ragione all’azienda e confermato il licenziamento, anche perché:

  • il datore di lavoro ha predisposto numerosi accomodamenti a favore della dipendente;
  • la direttiva comunitaria non prevede una tutela assoluta a favore della persona con disabilità;
  • il contratto nazionale di lavoro prevede già un rilevante periodo di comporto.

Una sentenza simile è stata emessa anche dalla Corte d’Appello di Palermo.

Giudici di altri tribunali (Mantova, Verona e corte d’Appello di Genova) sostengono il contrario: ritenere che il comporto debba essere identico per tutti i dipendenti, a prescindere da loro stato di invalidità, sia discriminante, perché i lavoratori con una invalidità hanno diritto a un trattamento differenziato.

Lavoratore disabile, periodo di comporto e licenziamento
Periodo di comporto e licenziamento

Conclusioni

In conclusione è opportuno rilevare che le sentenze più recenti concordano tutte su un punto: non si può configurare una discriminazione per handicap nella scelta del datore di lavoro di computare nel periodo di comporto anche le assenze dovute alla malattia della persona con disabilità. E questo perché a vantaggio dei dipendenti invalidi ci sono già numerose tutele e cautele che devono essere messe in campo dal datore di lavoro.

E quindi, è consigliabile per le persone con invalidità non superare (ovviamente quando è possibile) i giorni di assenza per malattia che sono stabiliti dal contratto nazionale di lavoro. Il rischio di un licenziamento per giusta causa, poi confermato dai giudici, è molto alto.

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