1° suicidio assistito del SSN, la storia di Anna: quando una legge?

Primo suicidio assistito del Sistema Sanitario Nazionale. La storia di Anna ci ricorda la necessità di una legge per regolare casi analoghi.
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17/12/2023

«Oggi sono libera». Sono state queste le ultime parole lasciate dalla donna 55enne di Trieste, che a causa della sofferenze dovute alla sclerosi multipla “secondariamente progressiva” ha scelto di ricorrere al suicidio assistito, il 28 novembre, attraverso l’autosomministrazione di un farmaco letale.

Il 12 dicembre l’Associazione Luca Coscioni ha così raccontato come questo si tratti del primo caso in Italia a carico del Servizio Sanitario Nazionale (ma anche il terzo ad accedere alla morte volontaria in Italia e il quinto ad aver avuto il via libera), secondo quanto previsto dalla sentenza riguardo la vicenda di DJ Fabo. Nel nostro Paese, infatti, il suicidio assistito è tutelato dal 2019, dopo che la Corte Costituzionale ha stabilito quattro condizioni necessarie per accedervi senza esser puniti dalla Legge:

  1. Capacità di prendere decisioni libere e consapevoli;
  2. Presenza di una patologia irreversibile;
  3. Sofferenze fisiche o psicologiche considerate “intollerabili”;
  4. Paziente in vita solo grazie a trattamenti di sostegno vitale.

La procedura prevede che una terza persona (un medico individuato su base volontaria) fornisca alla/al paziente il farmaco letale e la strumentazione necessaria per eseguire l’ultima azione decisiva per causare la propria morte. Ma nello specifico cosa cambia tra eutanasia e suicidio assistito?

La modalità di somministrazione del farmaco: per la prima questo viene somministrato da un medico, per il secondo avviene un’autosomministrazione nelle modalità più adatte alle difficoltà della persona stessa (a volte, ad esempio, il pulsante che inietta il liquido viene fatto premere con la bocca), mentre i medici si limitano al supporto durante la procedura.

Fa comunque arrabbiare il fatto che il diritto all’autodeterminazione di Anna (nome di fantasia che appare su tutti i documenti per tutelare la sua privacy) sia stato garantito, dopo un anno dalla richiesta rivolgendosi alla giustizia civile e penale, non per Legge ma grazie a una sentenza che in qualche modo ha fatto la storia, stabilendo che questa pratica non può essere equiparata all’istigazione al suicidio, paragone che invece è ancora presente nell’Art. 580 del codice penale italiano.

La speranza, adesso, è che il dolore di persone come Anna e dei loro affetti possa servire a consolidare una sempre maggiore consapevolezza riguardo il fine vita, sconfiggendo le resistenze ideologiche che una certa parte politica continua ad avere sfruttando la parola “Vita” quando, in realtà, continua soltanto a giocare ai burattinai con le vite e con il dolore altrui, impedendo la piena libertà.

Se una ricerca del Censis, condotta su tutto il territorio nazionale, ha registrato che oltre il 74% degli italiani è favorevole al suicidio assistito, quanto ancora vogliamo aspettare per essere davvero un Paese civile?

Leggi anche i contenuti della sezione “Storie” di invaliditaediritti.it:

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