Vediamo in questo articolo quanto si perde con Opzione donna, la misura previdenziale che consente alle lavoratrici che sono in determinate condizioni di uscire dal lavoro con largo anticipo. - Scopri le nostre guide complete su invalidità, Legge 104 e pensione anticipata. Entra nei nostri gruppi WhatsApp e Telegram.

Guida su come andare in pensione con l’invalidità: agevolazioni e e anticipi
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Indice
Cos’è Opzione donna?
La “sperimentale” Opzione donna nasce con l’articolo 1, comma 9, della legge 243/2004: un’uscita anticipata riservata alle lavoratrici che accettano di farsi calcolare la pensione interamente con il metodo contributivo.
Da allora la proroga è diventata un appuntamento quasi annuale della legge di bilancio. L’ultima‑in‑ordine‑di‑tempo – la n. 207/2024, art. 1, commi 173‑178 – conferma la misura anche per il 2025 senza modificare l’impianto di fondo: 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2024, 61 anni di età ridotti di un anno per ciascun figlio (fino a due).
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Restano i filtri introdotti dalla manovra 2023 (l. 197/2022) e ribaditi dalla l. 213/2023: la lavoratrice deve essere caregiver di un familiare con disabilità grave, oppure avere un’invalidità civile almeno del 74 per cento, oppure essere stata licenziata o trovarsi in un’azienda con tavolo di crisi aperto al Ministero del Lavoro.
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A chi spetta Opzione donna?
Parliamo di tutte le iscritte all’Assicurazione generale obbligatoria, alle gestioni autonome e alla Gestione separata che centrino, entro il termine fissato, i due requisiti cardine – età e contributi – e rientrino in una delle tre platee “protette”.
Per le dipendenti del pubblico impiego vale l’ulteriore finestra mobile di dodici mesi, per le altre la finestra è di tre mesi; la pensione decorre comunque mai prima del secondo mese successivo alla domanda telematica.
Non bisogna restare senza lavoro: l’unica condizione di cessazione riguarda il rapporto di lavoro dipendente in essere al momento della domanda, mentre le autonome possono continuare l’attività fino alla decorrenza della prestazione.
Tutti i contributi (compresi quelli figurativi) contano, ma è necessario che i 35 anni siano “pieni” al netto di disoccupazione indennizzata, malattia e infortunio non integrati dal datore di lavoro.
Come si calcola l’importo con Opzione donna?
Il calcolo è integralmente contributivo: si somma il montante rivalutato di tutti i versamenti (aliquota virtuale del 33 per cento sulle retribuzioni per le dipendenti, del 20‑24 per cento per le autonome), poi lo si trasforma in pensione annua applicando il coefficiente di trasformazione legato all’età al momento della decorrenza.
Maggiore è l’anticipo, più basso è il coefficiente: a 59 anni (donna con due figli o licenziata) il coefficiente 2025 è 4,966, a 61 anni è 5,152, contro il 5,575 dei 64 anni e il 6,302 dei 67 anni. La penalizzazione nasce qui e si somma alla perdita dell’aliquota di rendimento propria del metodo retributivo.
Quanto si perde con Opzione donna?
Non esiste una percentuale fissa, perché tutto dipende da quanti anni di contributi sono stati versati prima del 1996 (che con Opzione vanno comunque rivalutati come contributivi) e da quanti anni si anticipa l’uscita.
Gli studi interni dell’INPS, citati da diverse audizioni parlamentari e ripresi nel Rendiconto di genere 2024, indicano una forbice media fra il 20 e il 30 per cento rispetto al calcolo misto che avrebbe trovato applicazione a 67 anni.
Sotto i vent’anni di contributi retributivi la decurtazione può scendere intorno al 15 per cento, mentre per carriere lunghe con stipendio finale elevato può superare il 35 per cento, perché la quota retributiva avrebbe pesato di più.
Sul piano pratico: una lavoratrice nata nel 1964 con 35 anni di anzianità e retribuzione media di 28.000 euro lordi annui, uscendo con Opzione a 60 anni, riceverebbe circa 1.050 euro lordi mensili contro 1.400 che avrebbe percepito a 67 anni con il sistema misto – un taglio di poco meno del 25 per cento, a cui però vanno aggiunti sette anni di incasso in più, che attenuano la differenza complessiva se si guarda al valore cumulato.
La scelta, ricordano sia l’INPS sia i patronati nei loro vademecum 2025, è irrevocabile: conviene simulare l’importo nel “Fascicolo previdenziale” prima di presentare la domanda, perché la perdita è strutturale e, salvo future rivalutazioni, non potrà essere recuperata.

