Quella di oggi è una lettera-sfogo che io comprendo benissimo, ma che al tempo stesso mi tocca riportare come esempio per sensibilizzare sul fronte dell’inclusione e della parità a costo di passare per il “cattivo” della situazione, quando invece, davvero, rispondo con il cuore in mano.
Mi scrive infatti questo signore:
“Salve Iacopo, ti racconto quanto accaduto a mio papà questa mattina, in un episodio che mette in evidenza la mancanza di empatia da parte delle forze dell’ordine. - Scopri le nostre guide complete su invalidità, Legge 104 e pensione anticipata. Entra nei nostri gruppi WhatsApp e Telegram.
Mio padre, di oltre novant’anni, un individuo straordinariamente resiliente, sta affrontando una vita segnata da una sfida titanica: l’amputazione di un arto quando aveva appena vent’anni. Questo evento ha modellato il suo carattere, rendendolo un esempio di forza e determinazione. La sua disabilità non gli ha mai impedito di perseguire i suoi sogni e di condurre una vita indipendente.
La storia sta prendendo una piega inquietante mentre mio padre viene fermato dai carabinieri mentre è alla guida della sua automobile. L’unico dettaglio che sembra fuori dall’ordinario è che la sua patente di guida è scaduta da qualche tempo. Tuttavia, è fondamentale comprendere che per mio padre, l’auto non rappresenta un semplice mezzo di trasporto; essa costituisce la sua ancora di salvezza verso l’indipendenza. La sua disabilità lo costringe a limitarsi nella mobilità a piedi, ma l’automobile gli consente di mantenere una vita indipendente, di raggiungere gli appuntamenti medici e di mantenere una connessione vitale con il mondo esterno.
Nonostante la sua disabilità e la chiara necessità di utilizzare un veicolo, le autorità scelgono di procedere con il sequestro della patente di mio padre. Questa decisione sta ferendo profondamente la sua dignità e la sua autonomia, mettendo in risalto una mancanza di umanità da parte delle istituzioni coinvolte.
Va sottolineato, tuttavia, che comprendo ovviamente che le forze dell’ordine abbiano agito nel rispetto del loro dovere e della legge. Tuttavia, la vicenda di mio padre pone in luce la complessità delle questioni legate alla mobilità e alla disabilità, sollevando interrogativi importanti sulla necessità di un approccio più empatico e comprensivo da parte delle autorità. La sua storia mette in evidenza quanto sia cruciale considerare le circostanze individuali e umane che si presentano nella realtà quotidiana e la necessità di una maggiore umanità nella gestione di tali situazioni.
PS: Papà tra l’altro vive da solo… e questo mi rattrista ulteriormente.”
Ecco dunque la risposta che voglio dare a chi mi ha scritto:
“Salve. Capisco benissimo il suo rammarico ed empaticamente posso comprendere eccome il disagio ricevuto da suo padre, non solo pratico ma anche emotivo.
Al tempo stesso, però, occupandomi di inclusione, ritengo che la parità di trattamento sia fondamentale, e che avere un approccio “comprensivo” da parte delle autorità sarebbe altamente discriminatorio.
E badi bene, questo potrebbe valere per il fattore disabilità ma anche anzianità, non c’è differenza, perché rinnovare la patente con controlli stringenti (soprattutto da una certa età in poi) significa prima di tutto tutelare la salute e la vita di chi guida, e poi anche delle altre persone.
Perciò posso dispiacermi per le conseguenze che il sequestro ha comportato, ma ritengo che sia stato fatto il necessario non solo ai fini di legge ma anche sul fronte culturale e sociale (oltre che, ripeto, “salutare”, prevenendo tragedie ancora peggiori).
Mi sarei semmai «scandalizzato» se fosse avvenuto uno sconto in tal senso…
Come dico sempre, se vogliamo diritti (e dobbiamo averli!) occorre riconoscere anche i doveri.
Un abbraccio a lei e soprattutto a suo padre.”
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