Non ho mai partecipato a uno dei Pride e, sì, questa è una di quelle cose che mi mancano tantissimo, per dovere morale e civile ma anche perché, da attivista e alleato, è impossibile non voler essere pienamente dentro qualcosa in cui credi a pieno. - Scopri le nostre guide complete su invalidità, Legge 104 e pensione anticipata. Entra nei nostri gruppi WhatsApp e Telegram.
Non l’ho mai fatto sostanzialmente per due motivi: il caldo torrido che di solito li caratterizza mi lascerebbe stecchito in mezz’ora, e poi perché quasi mai sono davvero accessibili alle persone con disabilità come me, che mi sposto in carrozzina. E io che un anno ho collaborato nella gestione dell’accessibilità di un Pride (a Pisa) ne so qualcosa. E questo è un gran peccato, perché certe battaglie intersezionali, contro ogni forma di discriminazione, non dovrebbero escludere nessuna e nessuno, anche nella forma oltre che a livello ideale.
Stessa dinamica purtroppo è stata riscontrata per alcune manifestazioni del 25 novembre, in particolare a Roma, e a segnalarlo sono state soprattutto molte donne con disabilità e neurodivergenza, tanto da esser stata pubblicata una lettera di denuncia a prima firma Marta Migliosi e Asya Bellia, che il giorno dopo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne hanno raccontato l’inaccessibilità dell’evento romano organizzato dal movimento femminista e transfemminista “Non Una Di Meno”. Ma di cosa stiamo parlando e perché questo dovrebbe far indignare tutte e tutti?
Certo, si potrebbe dire che non è semplice supportare le esigenze di chiunque, visto che i bisogni delle persone sono infiniti, ma queste non sono alcune ripicche infantili personali, bensì richieste di coerenza con quello che di fatto si è voluto (e si deve) esprimere: il rispetto per ogni corpo, il diritto a essere rappresentate e rappresentati, senza finire ancora una volta ai margini della società con il rischio che “il microfono” sia tenuto sempre dalle stesse facce.
Perché se da un lato certe lotte sono estremamente complesse da portare avanti, e dobbiamo pur comprenderlo, dall’altro lato serve ricordare come ogni voce debba trovare il proprio spazio e la propria accoglienza. Una questione basilare, direi scontata, e per questo imprescindibile. E l’abilismo (la discriminazione delle persone con disabilità e neurodivergenti) è proprio l’ultimo degli esiti che ci si aspetterebbe da un momento simile, andando purtroppo a invalidare perfino il giustissimo messaggio e la fondamentale causa di partenza della manifestazione: o forse c’è chi sostiene che le donne disabili non siano donne, o non meritino gli stessi diritti, o ancora siano immuni alle violenze? È inconcepibile pensarlo, soprattutto a pochi giorni dall’uccisione di Rita Talamelli, donna 66enne con problemi psichici. Eppure questo sembrerebbe. Ma andiamo nei dettagli…
L’errore più comune è quello di non considerare tutte le reali barriere che potrebbero pararsi davanti, e non stiamo parlando soltanto dei cortei in sé che, di certo, possono risultare problematici (per le difficoltà per chi si sposta in carrozzina e a causa dei forti rumori o dell’alta musica che potrebbero disturbare chi ha una neurodivergenza), ma anche di barriere architettoniche come buche nell’asfalto, marciapiedi sconnessi o privi di scivoli, scale e scalini, prati… E infine l’assenza di servizi come bagni accessibili, per esempio (e per non essere accessibili basta l’assenza di un doccino per disabili o di un fasciatoio per i genitori).
Così come mi ha fatto impressione, da tracheostomizzato, vedere l’uso “gratuito” di fumogeni, pensando «fosse stata vicina a me quella persona sarei morto per asfissia!», ma poi mi sono immaginato chi soffre di asma o anche soltanto le bambine e i bambini presenti, senza andare troppo nel “particolare” con la mente, e sarebbe stato per loro ugualmente problematico.
Ma perché accade questo? Per ignoranza, intesa come non conoscenza. Quando manifestazioni inclusive vengono organizzate soltanto da persone normodotate o neurotipiche, senza coinvolgere le dirette interessate che vivono quotidianamente specifiche difficoltà, è così che si finisce, con una superficialità generalizzata. E poi perché in fondo siamo vittime costanti dell’interiorizzazione di una società che “non vede”: la violenza di genere, la violenza verso i corpi non conformi, e tanto altro ancora, per una dannosa abitudine che di questo passo chissà quando eradicheremo davvero.
Ecco perché quello di manifestare resta un diritto ancora per pochi privilegiati, ed è anche da qui che, secondo me, dovremmo ripartire. Da un senso di collettività sostanziale. Perché se vogliamo parlare di femminismo dobbiamo parlare anche di anti-abilismo, anti-razzismo, anti-qualsiasi forma di discriminazione e marginalizzazione sistemica. Per questo non possiamo sminuire quanto successo ma prenderne atto, con amarezza, e ripartire da una nuova coscienza, si spera migliore, basata su un “noi” effettivo che non lasci più indietro nessuna persona.
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